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Quadro macroeconomico (REGNO UNITO)

Il Regno Unito rappresenta la quinta economia mondiale e la seconda a livello europeo con un PIL nominale pari a oltre 2.000 miliardi di sterline ed un PIL pro-capite di quasi 30.000 sterline nel 2019.  A fare da traino è soprattutto il settore dei servizi, che contribuisce per oltre i tre quarti alla composizione del PIL nazionale, seguito dal manifatturiero (industria e costruzioni) con circa il 21%, mentre l’agricoltura concorre residualmente (meno dell’1%).

Il quadro complessivo mostra come l’economia britannica stia lentamente rallentando la propria crescita, pur evidenziando elementi di oggettiva resilienza; il PIL ha registrato un incremento dell’1,9% nel 2016, dell’1,9% nel 2017 e del 1,4% nel 2018. Il dato per il 2019, le cui previsioni restano tuttavia moderatamente positive (stima del +1,3% della Bank of England), sarà evidentemente influenzato dalle concrete modalità di abbandono britannico dell’UE.

L’indice dei prezzi al consumo annuale (CPI) si è mantenuto al di sopra della media europea successivamente al referendum del giugno 2016, facendo registrare un dato, anno su anno, del +2,7% nel 2017 e del +2,5% nel 2018. Ad agosto 2019 il CPI si attestava al 1,7% rispetto allo stesso mese del 2018.

Il tasso di sconto è stato innalzato ad agosto 2018 allo 0,75%, rispetto al precedente 0,5%. Storicamente, lo 0,75% rappresenta un tasso estremamente basso per il Regno Unito. Il dato è rimasto invariato nel 2019.

Il tasso di disoccupazione continua a registrare una tendenza in flessione attestandosi al 4,4% nel 2017 e al 4,1% nel 2018. Il dato relativo al periodo maggio-luglio 2019 mostra un tendenziale in ulteriore flessione, con un tasso di disoccupazione al 3,8%.

La bilancia commerciale appare strutturalmente in deficit: nel 2018, il saldo è risultato negativo per circa 38 miliardi di sterline, con un deficit di 67 miliardi nei confronti dei membri UE e un surplus di 29 miliardi rispetto ai partner commerciali non UE. Il pur consistente surplus nei servizi non è sufficiente a compensare l’ancor più rilevante deficit nei beni. Il dato relativo ai primi due trimestri del 2019 (-17,8 e meno 2,9 miliardi) evidenzia il fenomeno di aumento degli immagazzinamenti determinatosi nel primo trimestre a fronte dell’ipotizzata (e successivamente posticipata) uscita il 29 marzo 2019.

La sterlina britannica si è indebolita nei confronti delle principali valute internazionali: dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (giugno 2016) al settembre 2019, la sterlina si è deprezzata di circa il 14% rispetto all’euro e di circa il 18% rispetto al dollaro USA.

Buono complessivamente lo stato del quadro di finanza pubblica: il cd. public sector net borrowing dell’anno fiscale conclusosi a marzo 2019 è pari a 48,7 miliardi di sterline (rispetto a 52,3 miliardi di sterline dell’anno fiscale precedente). Si tratta del livello più basso nell’ultima decade. Il rapporto tra deficit e PIL per l’anno fiscale terminato a marzo 2019 si è attestato al 1,2%. Il debito pubblico (oltre 1800 miliardi di sterline) ammonta all’85,2% del PIL.

Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, il Regno Unito rappresenta la prima destinazione europea. Anche in tale ambito significative potrebbero essere le conseguenze di una eventuale uscita traumatica dall’UE.

La pandemia determinate dal virus COVID19 ha avuto un impatto significativo sul tessuto sociale ed economico britannico. I dati del primo trimestre 2020 hanno messo in luce la maggiore contrazione economica trimestrale dal 2008, pur considerando una incidenza del lockdown di una sola settimana. Nonostante il blocco sia ufficialmente iniziato solo il 23 marzo il primo trimestre ha fatto registrare una contrazione del PIL del -2% rispetto al trimestre precedente e il mese di marzo un arretramento addirittura del -5,8% rispetto a febbraio. Considerando come il secondo trimestre è stato pienamente interessato delle misure di chiusura delle attività, la Bank of England ha stimato un rallentamento dell’economia per la prima metà del 2020 che potrebbe raggiungere il -30%. Commercio, hospitality, comunicazioni e trasporti i settori maggiormente interessati.

Ultimo aggiornamento: 05/06/2020