02/04/2014 - CANDIDATURA DELL'ETIOPIA ALL’EITI (EXTRACTIVE INDUSTRIES TRANSPARENCY INITIATIVE) E SVILUPPI DEL SETTORE MINERARIO.

CANDIDATURA DELL'ETIOPIA ALL’EITI (EXTRACTIVE INDUSTRIES TRANSPARENCY INITIATIVE) E SVILUPPI DEL SETTORE MINERARIO.

In occasione dell’ultima riunione del Board EITI (Extractive Industries Transparency Initiative, www.eiti.org) il 18-19 marzo scorso, l’Etiopia – insieme ad altri – è stata ammessa come “Paese candidato”, nonostante il parere contrario espresso dai rappresentanti della società civile nel corso della riunione. La richiesta di ammissione etiopica era rimasta pendente dal 2010, a causa di una contestata legge del 2009 fortemente limitativa delle attività delle ONG nel Paese. In una dura nota, all’indomani della decisone di Oslo, Human Rights Watch ha accusato la EITI, non avendo posto condizioni all’ammissione dell’Etiopia, di aver rinnegato i propri principi e danneggiato la propria credibilità di soggetto promotore della good governance. Al contrario, il Governo etiopico ha celebrato la notizia come un riconoscimento del suo impegno a favore della trasparenza.

Per quanto riguarda in particolare il settore dell’oro (che rappresenta circa il 90% delle esportazioni minerarie e la cui esportazione costituisce la seconda fonte di valuta estera per l’Etiopia, dopo il caffè), gli esperti affermano che le entrate del Governo non possono essere adeguatamente calcolate, poichè la Banca Centrale etiopica non è in grado di fornire dati trasparenti sull’oro acquistato dalle cooperative locali. Nel Paese operano infatti circa 22.000 cooperative di artigiani minatori, che forniscono l’oro estratto direttamente alla Banca Centrale. Il locale Ministero delle Attività Minerarie stima che circa 1 milione di persone in Etiopia siano coinvolte in tale attività. Ad oggi l’unica compagnia impegnata nell’estrazione di oro in larga scala è la MIDROC del multimilardario etio-saudita Al Amoudi. Recentemente una compagnia egiziana – la Ascom Precious Metals Mining - ha annunciato di aver identificato la più grande riserva di oro mai scoperta nel Paese. 

Passando al quadro più generale, le riserve stimate dell’Etiopia sono impressionanti e comprendono 61,000 tonnellate di oro, 72 milioni di tonnellate di ferro, 3 milioni di tonnellate di marmo e 200 milioni di tonnellate di potassio. Riguardo quest’ultimo, la canadese Allana Potash - in partnership con la Israel Chemicals - si è aggiudicata una licenza in Etiopia nord-orientale, nell’inospitale regione dell’Afar, e prevede entro 5 anni il raggiungimento di un livello di produzione di 1 milione di tonnellate all’anno, con esportazione via Gibuti attraverso una ferrovia di nuova costruzione.

Il settore minerario costituisce oggi l’1,5% del PIL, ma nei piani del Governo esso dovrebbe raggiundre il 10% nel corso del prossimo ventennio. Secondo le Autorità etiopiche, al momento sono 207 le compagnie registrate nel settore estrattivo. Queste incontrerebbero notevoli difficoltà operative a causa della rigidità e lentezza della burocrazia che sovrintende al rilascio e modifica delle licenze. Un altro problema è quello degli alti costi che le compagnie devono sostenere per la costruzione di infrastrutture a supporto dell’attività mineraria (strade, generatori, ecc.), dal momento che il Governo non è in grado di provvedervi. Il Parlamento etiopico nel luglio 2013 ha ratificato un nuovo quadro legale che, pur riducendo la corporate tax dal 35% al 25%, secondo molti non risulta ancora adeguato ad attrarre i grandi investitori internazionali. La tassazione, infatti, è stata portata allo stesso livello di altri Paesi che dispongono di migliori infrastrutture e apparati burocratici (Australia, Cina, Sud Africa, Botswana).

Una menzione a parte merita il settore petrolifero. E’ da più parti ritenuto indubbio che la regione sud-orientale dell’Ogaden sia ricca di tale risorsa, ma i tentativi di estrazione sinora esperiti da compagnie internazionali non sembrerebbero aver avuto particolare successo. Recentemente una compagnia britannica – la New Age Africa Global Energy LTD -  ha fatto promettenti scoperte nella regione, ma gli esperti sottolineano come ciò non significhi necessariamente che il deposito sia profittevole da un punto di vista commerciale. Altre compagnie attive nella regione – resa insicura da decenni di lotta armata ad opera dell’Ogaden National Liberation Front - sono oggi la canadese Africa Oil, la cinese GCL Poly Petroleum Investment e la South Western Energy di Hong Kong.


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